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Festivaletteratura: grande successo per la 30°edizione con 71.000 presenze nei cinque giorni della manifestazione

Mantova Festivaletteratura Copertina2026MANTOVA, 14 set. - Dopo cinque giorni e oltre 360 tra incontri, spettacoli, concerti e percorsi, che hanno animato i palazzi e le strade di Mantova, espandendosi oltre il centro storico alla scoperta di nuovi luoghi della città, si è conclusa la trentesima edizione di Festivaletteratura. Cinque giorni vissuti a pieno ritmo, tra piazze affollate, nuovi format, incontri e occasioni inattese, in cui anche i fuori programma sono diventati parte del racconto del Festival.

Questa trentesima edizione si è chiusa con circa 71.000 presenze complessive, confermando una partecipazione in linea con quella degli ultimi anni. A fronte di un programma con oltre 330 eventi – di cui 82 gratuiti – e 300 autori e autrici italiani e internazionali, il Festival ha registrato 48.000 presenze negli eventi a pagamento e 23.000 agli incontri a ingresso libero. Numeri che raccontano soprattutto una scelta: investire nella qualità e nella capacità di sperimentare, mantenendo quella dimensione che negli anni ha permesso al Festival di costruire un rapporto diretto e riconoscibile con il proprio pubblico.

Un rapporto che si è misurato anche con gli imprevisti. La pioggia dei primi giorni non ha fermato il programma, ma ne ha cambiato in qualche caso la geografia: gli appuntamenti sono stati rapidamente rimodulati e trasferiti in nuovi spazi, e il pubblico li ha seguiti. È il caso dell'evento spostato in pochi minuti da Piazza Castello alla Basilica di Sant'Andrea – grazie anche alla disponibilità del vescovo di Mantova – che, gremita da oltre 800 persone, per la prima volta in trent'anni ha ospitato un appuntamento del Festival.

Mantova Festivaletteratura Pubblico TurinaAntonioA raccontare questa relazione sono anche i 159 sold out su 248 eventi a pagamento: non soltanto gli appuntamenti con i grandi autori internazionali, ma anche le proposte più originali nate dentro il Festival, come Tutto Nievo minuto per minuto, I miti oscuri di H. P. Lovecraft e le lezioni grandi. Formati diversi, capaci di trasformare la letteratura in racconto collettivo, esplorazione e partecipazione, e di confermare ancora una volta la vocazione sperimentale del Festival.

Da trent'anni Festivaletteratura cambia, sperimenta e mette alla prova nuove idee senza perdere la propria identità. Un lavoro di ricerca che non si esaurisce nei cinque giorni della manifestazione, ma prosegue durante tutto l'anno, intrecciando creatività contemporanea, valorizzazione dell'archivio e sperimentazione di nuovi formati e linguaggi. Anche nel 2026 questa ricerca ha preso forme nuove, con proposte originali come Biblioteca Meraviglia e il Museo Etnografico di Festivaletteratura.

E mentre festeggia i suoi trent'anni, Festivaletteratura continua a guardare con particolare attenzione ai giovani e giovanissimi che sono nati e cresciuti in questi tre decenni. Ne è un esempio il nuovo format Young Questions, che ha portato dentro il Festival le domande, i dubbi e le questioni che gli adolescenti vivono in prima persona, affiancandosi a esperienze ormai consolidate come Casetta editrice, Sognare forte, Blurandevù e Read More.

Ma Festivaletteratura non è fatto soltanto di libri, approfondimento, riflessione e confronto. C'è anche il piacere, liberatorio e spesso inaspettato, di stare insieme, divertirsi e fare festa. Lo conferma il grande successo riscosso dalla novità dei concerti Dal Balcone e dagli ormai consolidati DJ set di Volume!, che hanno portato la musica dentro le giornate e le notti del Festival, creando altre occasioni di incontro e partecipazione. Un equilibrio tra profondità e leggerezza che continua a rendere Festivaletteratura coinvolgente, audace e capace di sorprendere ed emozionare.

E il Festival non finisce con l'ultimo incontro. I video degli eventi trasmessi in streaming – dagli appuntamenti di Piazza Castello con grandi protagonisti della letteratura italiana e internazionale alla serie degli accenti dalla Tenda Sordello, pillole letterarie e microlezioni nel formato tascabile della mezz'ora – resteranno disponibili on demand sul canale YouTube di Festivaletteratura.

Come ormai da tradizione, Festivaletteratura affida a uno dei suoi ospiti l'ultima parola sull'edizione appena conclusa: quest'anno è Mario Desiati a offrirci il suo commento a caldo e la sua personale visione di questi cinque giorni, prima di darci appuntamento al prossimo anno, dall'8 al 12 settembre 2027, per la 31ª edizione di Festivaletteratura.

"Mi piace guardare. Scritto con questo tono apodittico, ammetto che può sembrare ambiguo, ma ho sempre amato guardare fino quasi a perdere l'attenzione, finendo a volte per diventare l'oggetto che osservavo con tanta intensità. Sono diventato una caffettiera, un acino d'uva sull'angolo di un tavolo bucato, l'astuccio di un paio d'occhiali e, inevitabilmente, ai giorni nostri, qualche video che mulina dentro l'impensata attività dello scrolling. Più altre cose che, in questa sede, sarebbe sconveniente elencare.

Ma guardare in presenza le emozioni degli altri, cercando per un momento di farle proprie senza essere guardati, è un livello ulteriore. Succede anche a chi nella vita scrive, elabora il proprio intricato rapporto con l'ispirazione, ma è costretto a pagare un piccolo obolo alla socialità. Abbiamo i nostri gradi di misantropia, le nostre nevrosi, le nostre giornate in cui l'idea di parlare con un altro essere umano ci sembra già un programma ambizioso. Nei festival letterari, come nelle fiere, si va naturalmente anche per mostrarsi: è una delle forme, più o meno innocenti, della vanità di chi scrive. Si sale su un palco, si parla, si viene presentati, spesso indossando un lanyard colorato con un cartellino plastificato, cercando o aspettando un po' di visibilità. Fa parte del mestiere, o almeno delle sue piccole gratificazioni collaterali.

Ma per me è stato meglio andarci da lettore. Una posizione confortevole, perché non obbliga a scegliere tra la socialità e il desiderio, assai più modesto, di osservarla. Una dose di misantropia socialmente accettabile. Al massimo faccio qualche domanda, converso in modo laterale, mi affaccio per qualche minuto nella vita degli altri e poi torno volentieri al mio angolo di tavolo.

Quest'anno, alla trentesima edizione del Festivaletteratura di Mantova, ho accompagnato tre persone molto diverse. Il romanziere scozzese Douglas Stuart, che racconta personaggi divisi tra desiderio e dovere, dentro una Scozia dura e suggestiva e una lingua che tiene insieme: l'eco del gaelico, i dialetti, lo slang, l'inglese, le voci di chi sembra stare ai margini e invece è parte del flusso.

Ho incontrato Vittorio Gallese, neuroscienziato che, attraverso gli studi sull'embodiment e la scoperta dei neuroni specchio insieme ad altri ricercatori, ci ha aiutato a capire quanto sia artificiale pensare il corpo e la mente come due territori separati. Anche il mondo digitale, che ci appare immateriale perché fatto di schermi, dati e connessioni, finisce per avere conseguenze molto materiali su di noi. È un'idea che ci obbliga a non considerare neutri gli ambienti in cui viviamo. Anche un ambiente digitale può diventare affettivo: può suscitare desiderio, paura, empatia, solitudine. E allora diventa necessario accorgerci di come il cambiamento ci sta trasformando. Gallese parla di vigilanza narrativa: la capacità di non lasciare che siano soltanto gli ambienti che abitiamo, compresi quelli digitali, a raccontarci.

Ho dialogato con Emma Nolde, che nelle sue canzoni riesce a rendere la realtà più intensa, come se ne spostasse appena i contorni, proprio come accade davanti a un quadro di Emil Nolde, dal quale l'artista ha preso il nome d'arte. È come aprire gli occhi al risveglio: all'inizio le forme sono ancora un po' sfocate, poi cominci a distinguere le sfumature e proprio lì, nelle sfumature, qualcosa vive e prende sostanza.

Tre persone molto diverse, tre modi diversi di stare nel mondo: con i loro libri e le loro canzoni, i loro studi e le loro ispirazioni. E mentre li accompagnavo mi sono reso conto che forse è proprio questo che accade quando si legge: nella vita si incontrano libri diversissimi tra loro e non è necessario che ci piacciano tutti. Alcuni ci emozionano e ci fanno sentire unici, altri ci fanno sentire inadeguati o minuscoli, altri ancora ci portano in un luogo che non avevamo immaginato. È questa varietà ad allargare la nostra idea del possibile. I libri hanno una lingua, un ritmo, dei temi, una somma di storie e pensieri che, anche dopo essere stati letti, possono riapparire molto tempo dopo, come fantasmi. Per questo chiamo le librerie stanze degli spiriti.

A proposito di guardare, quest'anno, come sempre, ho ammirato i giovani volontari che per qualche giorno hanno fatto funzionare una città, uscendo dalle proprie ansie, ritualità e solitudini. Trent'anni di Festivaletteratura sono trent'anni di libri, certo. Ma anche di lettrici e lettori che si sono incontrati intorno ai libri. Di lettori diventati amici, di scrittori diventati per qualche giorno abitanti di Mantova, e di ragazze e ragazzi che hanno imparato a fare una cosa guardando qualcun altro farla prima di loro. Guardando appunto. E torno all'ambigua rivendicazione con una precisazione: Mi piace guardare senza essere notato. Ed è anche per questo che mi piace leggere. Il modo migliore di guardare senza che nessuno se ne accorga".


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