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Epatite, in Italia 300mila persone con virus Hcv che si può eradicare. Necessario ampliare lo screening

Epatite3ROMA, 29 lug. - "L'epatite B e l'epatite C sono ancora una realtà ben presente nel nostro Paese. Si tratta di due malattie diverse: per l'epatite B esiste una vaccinazione efficace, che rappresenta uno dei più grandi successi della sanità pubblica italiana. Per l'epatite C, invece, non abbiamo un vaccino, ma la disponibilità di farmaci antivirali ha consentito l'eradicazione del virus in oltre 500mila persone. Tuttavia, la battaglia non è ancora vinta. Si stima che nel nostro Paese ci siano ancora almeno 300mila persone positive al virus dell'epatite C, spesso inconsapevoli". Lo ha detto Antonio Gasbarrini, professore di Medicina interna dell'Università Cattolica e direttore scientifico della Fondazione Policlinico universitario Gemelli Irccs di Roma, all'Adnkronos Salute in occasione della Giornata mondiale delle epatiti del 28 luglio.

"Fino all'inizio degli anni '90 - spiega lo specialista - l'epatite C era sconosciuta, poiché mancavano i test per diagnosticarla. Quando sono diventati disponibili, si è scoperto che in Italia c'era una prevalenza altissima, dal 2,5% al 4%, legata a pratiche sanitarie non sicure negli anni '70-'80. Oggi abbiamo ridotto enormemente questi numeri, ma esiste ancora un 'esercito invisibile' di malati: persone con transaminasi alterate o senza sintomi, che non vengono diagnosticate perché non c'è abbastanza attenzione al problema".

"L'Italia ha messo in campo una campagna di screening mirata alla popolazione nata tra il 1969 e il 1989, poiché in quella fascia di età l'intervento è risultato costo-efficace. Tuttavia - osserva l'esperto - questa strategia ha dei limiti: l'infezione è presente anche in persone nate prima del 1968, e si sta diffondendo anche tra i giovani, complici l'uso di droghe, pratiche a rischio e la falsa percezione che le malattie sessualmente trasmesse non esistano più". Per questo "dobbiamo intensificare lo screening proattivo, andando a cercare i pazienti sommersi", avverte Gasbarrini. "Le Regioni italiane si sono mosse in maniera disomogenea - riflette - ma è fondamentale cercare i soggetti a rischio: detenuti, tossicodipendenti, persone che hanno subito trasfusioni prima degli anni '90, o che hanno subito interventi o tatuaggi in contesti non controllati. Inoltre - aggiunge - dobbiamo essere attenti nei casi di transaminasi elevate, che non sempre sono dovute a steatosi o abuso di alcol: spesso dietro c'è un'epatite C misconosciuta".

"E' assolutamente necessario ampliare la fascia di screening per poter raggiungere gli obiettivi" dell'Organizzazione mondiale della sanità "dell'eliminazione delle epatiti virali, in particolare la C, per il 2030, traguardo difficilmente raggiungibile dalla nostra nazione, ma è sicuramente importante far emergere il sommerso per poter trattare adeguatamente tutte le persone". Lo afferma Stefano Fagiuoli, direttore dell'Uoc di Gastroenterologia, epatologia e trapiantologia dell'Asst Papa Giovanni XXIII di Bergamo e professore di Gastroenterologia presso il Dipartimento di Medicina e chirurgia dell'Università Milano Bicocca, in occasione della Giornata mondiale delle epatiti che si celebra il 28 luglio.

"L'Italia - spiega Fagiuoli - è stata tra i primi Paesi al mondo ad avviare un formale progetto di screening" per l'Hcv "finanziato dal ministero. Il progetto prevedeva fondamentalmente due grandi categorie: i pazienti afferenti ai Serd", Servizi per le dipendenze, "e alle carceri - per i quali non c'è limite di età - e la popolazione generale nata dal 1969 al 1989, in fase iniziale. Mentre nei Serd e nelle carceri le prevalenze sono sostanzialmente adeguate all'atteso, quindi importanti per un controllo dell'infezione, nella popolazione generale le prevalenze che emergono da queste attività di screening mostrano dei dati molto più bassi rispetto all'atteso, inferiore allo 0,08% in molti casi. Certamente questo ci dà la grande indicazione di ampliare lo screening".

(adnKronos)


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