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Sanpa, su Netflix la docuserie che fa discutere e divide

film Sanpa Locandina1Montaggio accattivante e con tanto ritmo, ben realizzato, un gran lavoro di ricerca, di verifica dei fatti, senza una voce narrante, per dare un'idea di totale neutralità rispetto alla storia. Cinque settimane di riprese a Rimini, qualche giorno a Roma, un anno per il montaggio e cinque ore di durata divise in cinque capitoli che, se si ha tempo, sarebbero da vedersi tutto d'un fiato. Capitoli che tratteggiano la storia di San Patrignano.

Tutto questo, ma anche molto di più, è "Sanpa: luci e tenebre di San Patrignano", la docuserie prodotta da Netflix e diretta dalla regista Cosima Spender che riporta agli onori delle cronache la storia di quella che a oggi è la più grande comunità di recupero per tossicodipendenti d'Europa, e, soprattutto, fa riemergere la figura di Vincenzo Muccioli, fondatore della Comunità, personaggio carismatico, amato, osannato e, allo stesso, ambiguo, controverso ed estremamente divisivo.

Almeno ci sembra essere questa l'immagine che ne esce dalla docuserie. "Abbiamo voluto mettere in fila i fatti - ha detto in un'intervista presente su Netflix uno degli autori della serie, Carlo Gabardini - e farli raccontare dai protagonisti per fare in modo che alla fine il pubblico si facesse una propria idea sulla Comunità di San Patrignano".

La docuserie parte dall'inizio, da quando Vincenzo Muccioli decide, nel 1978, di creare la comunità nel casolare sulle colline riminesi e ne tratteggia l'ascesa incredibile in un momento, gli anni '80, in cui la droga, soprattutto l'eroina a basso costo, stava creando decine di migliaia di zombie abbandonati a loro stessi e nascosti sotto il tappeto dallo Stato che dei 'tossici' allora non si occupava se non dando loro metadone. Per salvarne il maggior numero possibile di questi ragazzi e per ridare speranza e fiducia a loro, ma anche ai familiari pronti a tutto, Muccioli non sembra fermarsi davanti a niente. Anche metodi definiti 'violenti' e coercizione, se funzionali a salvare una vita, non vengono disdegnati.

Nella docuserie emerge anche questo aspetto e la regista non tralascia certo le parti 'scomode' come i due processi a cui viene sottoposto Muccioli. Il primo nel 1983, il cosiddetto 'processo delle catene' quando in primo grado viene condannato per sequestro di persona e maltrattamenti per avere incatenato alcuni giovani della comunità, per non farli scappare, per salvarli ha sempre sostenuto Muccioli che, in appello, viene assolto con conferma dell'assoluzione in Cassazione nel 1990. Il secondo processo a cui viene sottoposto Muccioli è quello del 1994 quando viene condannato a otto mesi di carcere per favoreggiamento (con sospensione condizionale della pena) e viene assolto dall'accusa di omicidio colposo per l'assassinio, avvenuto in Comunità, di Roberto Maranzano del quale viene accusato un ospite.

Nella docuserie i processi, ma la storia di San patrignano in generale, vengono raccontati attraverso le immagini dell'epoca e, come racconta la Spender in una intervista su Netflix, "sono stati visionati e selezionati filmati per oltre 200 ore di girato trovato negli archivi della Comunità".

Ma a raccontarlo ci sono anche i protagonisti, coloro che Sanpa l'hanno vissuto. Fra questi il figlio di Muccioli, Andrea, il giornalista Red Ronnie, grande amico di Muccioli, e alcuni ex ospiti della comunità fra cui uno dei grandi accusatori di Muccioli, Walter Delogu, suo autista e guardia del corpo per molti anni. Muccioli dopo il secondo processo apparirà sempre meno in pubblico e il 19 settembre del 1995 muore, ancora non si sa bene per quale malattia.

Nel racconto della docuserie entra anche il dramma dell'Aids che ha travolto San Patrignano dove a un certo punto, come racconta nella serie il responsabile terapeutico Antonio Boschini, in seguito a uno screening di massa "emerge che i 2 terzi degli ospiti della comunità era positivo all'Hiv, il 66%". L'emergenza è talmente grave che nasce un ospedale in tempi record all'interno della Comunità dedicato ai malati di Aids. I morti per questa malattia fra gli ospiti di San Patrignano saranno numerosissimi: "una strage" la definisce Boschini.

La docuserie ha ricevuto pareri positivi pressoché da tutta la critica, mentre dalla Comunità è arrivata una sorta di stroncatura, sicuramente una presa di distanza se così vogliamo interpretare il comunicato stampa in cui la serie viene definita "un prodotto chiaramente costruito per scopi di intrattenimento commerciale, più che di seria ricostruzione documentaria che rispetti i canoni di oggettività per essere chiamata tale". Secondo la Comunità "il racconto che emerge è sommario e parziale, con una narrazione che si focalizza in prevalenza sulle testimonianze di detrattori, per di più, qualcuno con trascorsi di tipo giudiziario in cause civili e penali conclusesi con sentenze favorevoli alla Comunità stessa, senza che venga evidenziata allo spettatore in modo chiaro la natura di codeste fonti".

Non vogliamo entrare nel merito della questione, ma Sanpa non sembra voler dare giudizi né su Muccioli, né sulla comunità che ha ospitato e salvato decine di migliaia di ragazzi. Muccioli è sempre stato un personaggio controverso, o lo si amava o lo si odiava, e alla fine della docuserie non è che la sua figura ne esca tanto diversamente. Non c'è un'esaltazione della sua figura, tantomeno una condanna morale e neppure un'assoluzione, ci sono i fatti.

Emanuele Salvato


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