Vittime, non immigrati

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Turchia EmergenzaProfughiSiria1Per essere una nazione di poco piú di trecentomila abitanti, l'Islanda riesce a far parlare di sé molto spesso. L'ultima notizia che ha fatto il giro del mondo é stata la disponibitá data da dodicimila islandesi a ospitare rifugiati siriani nella propria casa, impegnandosi cosí in prima persona a fornire un aiuto concreto davanti alla catastrofe umanitaria che vediamo ogni giorno in tv, sulla rete e sui giornali.

Dodicimila sono pochi o tanti? Facendo una semplice proporzione, corrispondono a circa due milioni di italiani: una cifra rilevante.

Certo, si dirá, ma lí sono in pochi. La disoccupazione é bassa. Non c'é clandestinitá. E poi quanti saranno i siriani disposti a trasferirsi nella neve e nel vento? In Italia é tutto diverso.

In realtá, gli stranieri in Islanda, sempre facendo le debite proporzioni con il numero di abitanti, non sono pochi. In un decennio sono piú che raddoppiati e, a Reykjavik, rappresentano piú del 10% della popolazione. L'Europa dell'Est é l'area di provenienza piú inflazionata (soprattutto Polonia) e anche dal resto dell'Unione Europea gli immigrati aumentano di anno in anno, facilitati da diritti di residenza e di lavoro che li rendono quasi equiparati ai cittadini islandesi.

Diverso, invece, il discorso per gli extracomunitari. Contrariamente a quanto pensano in molti, ottenere un permesso di soggiorno qui non é semplicissimo, e ancora piú complicato averne uno a tempo indeterminato. Sembra peró, da quanto si legge e da quanto raccontatami da un ragazzo con cui ho lavorato che ha richiesto l'asilo, che in fase di accoglienza si venga trattati da esseri umani.

Ed é proprio il concetto di umanitá al centro della disponibilitá all'accoglienza messa a disposizione dai dodicimila islandesi. Qui non é il paradiso per gli stranieri: capita, come in ogni paese del mondo, di trovarsi davanti a pregiudizi, commenti razzisti e la sensazione spiacevole di non essere del tutto graditi (non da tutti, ovviamente). L'Islanda é un paese che ha subito secoli di colonialismo e ha iniziato a conoscere una immigrazione di massa solo negli ultimi due decenni. Logico, quindi, che il nazionalismo sia molto radicato nella cultura popolare, anche nei suoi aspetti piú primordiali. Ma, almeno per quella parte della popolazione piú sensiblle a quanto accade nella latitudini piú lontane, chi scappa da una guerra prima che un immigrato é una vittima.

Un punto di vista lucido, che parte dalla  consapevolezza tutto altro che scontata che, nonostante il tenore di vita islandese si sia notevolmente ridimensionato negli ultimi sette anni, tutti noi facciamo ancora parte di quella piccola fetta di mondo ricco di beni e possibitá. E dovremmo ricordarci di ringraziare ogni giorno per questo il nostro destino. 

(g.f.)

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