Italia vs Svezia: un mantovano all'Università di Jönköping

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Svezia Jonkoping Universita1Partire per studiare in un altro paese mi ricorda un po' Totò, Peppino e...la malafemmina, in particolare la scena in cui i due, nel tentativo di rintracciare la donna, partono dal sud alla volta della lontana Milano. Pieni di aspettative i due si immergono in un altro mondo, portando con sé, oltre alle caciotte, al peperoncino e agli oggetti cari, molti stereotipi.

Si arriva in un paese nuovo e, lasciandosi andare un po' all'esterofilia, vi si scorge il ritratto della perfezione. Se l'oggetto di discussione è istruzione svedese, poi, il nostro orizzonte di aspettative si fa più alto che mai e vi si leggono parole come eccellenza, lavoro sodo, progettualità.

Nell'immaginario collettivo sembra che più si vada a nord e più il mondo si faccia aperto, democratico, progredito, dimenticandosi che parte di quelle poche notizie che filtrano attraverso la coltre del sistema mediatico del Belpaese sono, come accade in ogni parte del mondo, di marca negativa: immigrazione al 18% tanto da portare all'ascesa degli Swedish Democrats, partito conservatore e xenofobo di estrema destra che gode del 20% al Riksdag, macchinisti dei treni che scioperano contro il codice di abbigliamento, pazze scuole che apostrofano i bambinetti con il pronome neutro 'hen' appellandosi alla parità di sesso, quando poi nei fatti le donne, qui, sono uguali agli uomini solo per quanto riguarda le faccende di casa, visto che nell'ambiente lavorativo la strada da percorrere è ancora lunga.

L'istruzione in Svezia, è pur vero, ci mette del suo per non farci ricredere dei nostri stereotipi: una delle ragioni per cui così tanti studenti internazionali affollano le strade innevate svedesi è, del resto, il fatto che qui si studi gratis. L'ammissione ai corsi di laurea, siano essi Bachelor Degrees o Master Programmes è totalmente gratuita. I genitori pagano profumatamente gli studi primari dei loro bambini, garantendo allo Stato parte di quei soldi che poi sborsa in educazione di livello superiore.

Dall'altra prospettiva in Italia anche solo proporre un sistema di questo tipo farebbe perdere le staffe a tanti: genitori che lamenterebbero di non riuscire a mandare i figli a scuola, insegnanti che temerebbero la concorrenza degli istituti e di conseguenza sindacati, immigrati, politici e demagoghi che tuonerebbero contro il diritto allo studio violato.

Ad ogni modo, qui il sistema è ribaltato. A tal punto che non solo il diritto all'educazione di alto livello è garantito, ma è anche sostenuto da importanti prestiti ad interesse agevolato, restituibili in 25 anni: doppia mossa per emancipare gli studenti da babbo e mamma (per accedere agli 'study loans' devono essere fuori casa e indipendenti) e per portare alunni nelle aule, i prestiti vengono dati a chiunque, a patto che abbia meno di 54 anni (sì, avete letto bene, 54 anni) sia iscritto ad un programma di studio ed abbia reddito inferiore ad un certo ammontare di corone svedesi, pari più o meno a quello che potrebbe essere uno stipendio di un cameriere o di un cassiere in Italia.  Se vengono rispettate queste condizioni, lo Stato sgancia la bellezza di 9700SEK, pari a 1087 euro. Ovviamente, si intende al mese. Per nove mesi ogni anno accademico.

Un sistema formativo dal grande potere attrattivo insomma e che, malgrado l'enorme spesa statale (2,6mld di euro solo per gli study loans), porta al paese di Carlo XVI grandi vantaggi a lungo termine che notiamo alla voce disoccupazione giovanile (prevista al 23%, quasi venti punti percentuali in meno rispetto al previsto 40,75% italiano). 

Tuttavia, non sempre tutte le attese vengono premiate. Ed è qui che il resoconto economico-giornalistico finisce per far posto ad un altro tipo di linguaggio e di esperienza, ben più personale e circoscritta, ma che dipingerà un quadro più autentico di cosa significhi studiare nel grande nord.

Qui alla Jönköping University ho potuto seguire quattro corsi. Non sufficienti per farsi un'idea dell'offerta didattica di un'istituzione che ospita 12mila studenti di cui almeno mille internazionali, bastano comunque per tracciare due conclusioni: la prima, che alcuni valori da noi osannati possono, in realtà, non costituire valori in sé.

Quello della progettualità, qui, sembra talvolta non solo un approccio allo studio, bensì un fine ultimo: che senso ha discutere di letteratura in gruppi per ore, se questo implica un docente che più che insegnante diventa vigile del traffico, nella necessità di girare per i vari tavoli carpendo qua e là le nostre impressioni su un opera letteraria? O ancora e al contrario, che senso ha parlare di giornalismo per compartimenti stagni per poi chiedere solo al momento dell'esame di argomentare un testo scritto? Men che meno, qual è l'utilità, dopo un corso di svedese per principianti, di recitare Shakespeare in lingua senza conoscerne il significato dei versi?

Parlando con un signore pakistano che studia in un Master alla Jönköping International Business School, mi chiedeva perché fossi venuto qua, vista l'istruzione italiana. Stupito, domandavo delucidazioni. Questi ribatteva "Italian professors are so good, so learned!". Delle volte è questione di punti di vista. Altre, capitiamo male. Altre ancora, siamo un po' troppo ingenui. Come Totò e Peppino, nel film di Mastrocinque.

Nicola Roli
@NicolaRoli1

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