In nessun altro paese al mondo

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GunnlaugssonSigmundur1In nessun altro paese al mondo. In questi ultimi vent'anni tutti abbiamo sentito o letto questa frase tante, tante volte, molti di noi (me compreso) l'hanno anche pronunciata. Dopo qualche anno di vita all'estero sono ancora convinto che dietro questo mantra si celi una significativa percentuale di verità.

Ma, nello stesso, si nasconda anche un velo di illusione e delusione verso un sistema, quello democratico, che si presume essere comunque il migliore prodotto generato da secoli di convivenza del genere umano e che non si vuole credere possa essere qualcosa di così lontano da un modello accettabile di etica e rettitudine.

Qualche settimana fa il nuovo premier islandese Sigmundur Davíð Gunnlaugsson, un rampollo yuppie emerso dalle ceneri dei governi conservatori che portarono il paese al default economico, si è presentato davanti alle telecamere di una televisione americana per spiegare che il colpevole del collasso dell'intero sistema bancario nazionale del 2008 fu l'adozione da parte dell'Islanda delle legislazione europea in ambito finanziario. La tesi è piuttosto ridicola, eppure in patria ha fatto presa su una larga fetta della popolazione. In ogni paese del mondo, l'idea che il nemico sia all'esterno della propria comunità è rassicurante e la propaganda politica che si poggia su di essa risulta spesso vincente. Anche se alla base c'è una evidente menzogna. I politici mentono, quindi. Anche all'estero.

E se il prode Sigmundur non avesse mentito, ma pensasse davvero quello che ha detto? In questo caso, si potrebbe che i politici a volte hanno, per usare un eufemismo, grossi limiti di competenze. In ogni paese del mondo. Del resto, cosa avremmo detto in Italia se avessimo avuto una Sarah Palin, governatrice di un territorio vasto come l'Alaska e possibile vicepresidente degli Stati Uniti, convinta che la Georgia facesse parte della Nato? Per questa uscita infelice, la rampante Sarah venne massacrata dai media americani e, di conseguenza, dagli americani stessi. Così come venne massacrato Tony Blair, che mentì sulle armi chimiche in Iraq, esattamente come mentirono il primo ministro italiano e tutti i primi ministri della Nato che parteciparono all'intervento armato senza però subirne particolari contraccolpi. E cosa diremmo in Italia davanti alla concreta eventualità che il Partito del Progresso a cui apparteneva lo stragista Breivik possa entrare a far parte di una coalizione di governo, come ipotizzato il giorno dopo le recenti elezioni norvegesi?

Siamo quindi davvero l'unico paese al mondo?

Dipende all'accezione che si dà a questo mantra. Se l'idea è quella che all'estero tutto sia lindo, sincero, competente e democratico, temo che siamo molto lontani dalla realtà. Quello che sembra invece essere una caratteristica del tutto italiana (almeno nei paesi con una tradizione democratica) è la cristallizzazione dei ruoli e dei personaggi. Più o meno ovunque, davanti a uno scandalo, a un evento deflagrante, l'opinione pubblica sente il bisogno di un interlocutore nuovo. Di una faccia nuova. Spesso, nella sostanza, poco cambia, ma l'occhio vuole la sua parte. L'Italia, invece, ai propri personaggi pubblici si affeziona, siano essi politici, attori o conduttori televisivi. Siamo così abituati ad avere a che fare con loro che finiscono con l'apparirci essenziali. Come se, prima di essere uomini, fossero eroi. In cui credere. A cui obbedire. Per cui combattere. E forse è proprio ciò che fa dall'Italia l'unico paese. L'unico paese al mondo governato da eroi.

(g.f.)

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